A qualcuno piace Hip Hop! Intervista a Kiave – Isa Milk

Oggi è nato Kiave, rapper italiano che stimo e seguo da sempre.

In occasione di questa ricorrenza speciale e con la speranza di un nuovo progetto a breve, vi lascio alla lettura dell’ intervista che ho avuto il piacere di fargli nel 2016, per l’uscita del suo Stereotelling (Macro Beats, 2016).

Buona lettura… e buon compleanno Fix!

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2 Marzo 1981, nato a Cosenza, hai vissuto tra Roma e Milano . Quanto è stato importante crescere in una realtà vera e complessa come quella calabrese? Quanto hai dentro della tradizione culturale della tua terra?

E’ stato importante perché ti crea una vera armatura cutanea che porti dietro per tutta la vita. Mi sono trasferito a Roma a 24 anni, già grandicello, quindi Cosenza ha formato tutto il mio modo di pensare. Amo le tradizioni e i valori connessi alla Calabria, che meriterebbe molto di più, ma spesso si autocircoscrive in situazioni di comodo che le precludono qualsiasi tipo di evoluzione.

Ora sto a Milano, e mi piace, ma sulla differenza delle tre città città potrei scrivere un libro perché, in fin dei conti,  parliamo di tre nazioni differenti.

La città. Il contesto urbano condiziona le nostre vite, figuriamoci le scelte artistiche. Cosa hanno rappresentato Roma e Milano per la tua crescita professionale? Cosa ha l’una che manca all’altra?

Roma è una città estremamente dispersiva e questa dispersività finisce per influenzare tutto, dai rapporti sociali, a quelli umani e interpersonali. Milano lo è di meno e, muovendosi su altri bpm, è tutto più rapido e veloce. Sono tre nazioni diverse, anche con un’impostazione linguistica e comunicativa differente. Le amo tutte e tre in modo diverso,  come tre storie d’amore. Logicamente Cosenza è Cusè, li ho tutti i miei amici, i fratelli e la mia famiglia. A Roma ho una marea di ricordi, sensazioni ed emozioni scolpite nella memoria. Milano si lavora, c’è lo studio e la mia seconda famiglia di Blue Nox.

Quanto vorrei che tutti i razzisti che popolano il nostro Paese si rendessero conto dell’elemento costruttivo presente nella diversità e nell’evoluzione, che potrebbe essere il vero arricchimento per una nazione come la nostra, così radicata nelle origini e caledeidoscopica nelle intenzioni.

La musica non cambia mai, il pubblico con cui la fai sì e può modificare la percezione che hai di essa. Cos’è la Musica? E cosa il pubblico?

La musica, come si può definire? Stai chiedendo al poeta di definire l’amore per la poesia (sorride). Per me rimane una costante, mi salva quando sono vicino al baratro e celebra i momenti di gioia. Il pubblico è importante, non sono più uno di quelli che dice di scrivere solo per se stesso, anzi il carburante sono proprio le volte in cui la gente ti dice che si è rispecchiata in un tuo testo. Penso non ci sia niente di meglio.

Senza creare dualismi, quanto influenza ha avuto la cultura musicale italiana nei tuoi testi e quanto quella americana?

Logicamente ascolto molto più roba d’oltreoceano, ma personaggi come De André ( e penso si sia anche capito dai numerosi riferimenti al suo genio nei miei dischi) hanno influenzato tantissimo sia la mia vita che la mia scrittura. Siamo fortunati, come Italiani intendo, ad avere avuto una penna come la sua che ci ha dimostrato la possibilità di fare cose magnifiche anche con una lingua colma di sillabe.

Prima di addentrarci nel vivo della questione, risolviamo il problema dei problemi una volta per tutte. Puoi spiegarci la differenza tra Rap e Hip Hop?

Bella domanda, ci vorrebbero mille pagine per spiegare la mia teoria, ma mi affido alle parole di uno dei fondatori di questa cultura: “Rap Is What We Do. Hip Hop Is How We Live

Quando sei diventato Kiave? Ricordi anno e posto della tua prima esibizione?

Anche il giorno volendo. Ho sempre sofferto , sin da piccolo, di avere un nome anomalo per la mia città e per i tempi. Ad esempio quel gran genio del professore di religione non mi calcolava e ometteva il mio nome nell’appello perché diceva che “Mirko” non aveva un santo nel calendario. Ero fiero de mio nome, nonostante avesse dentro quella “K” così indigesta ai più, perché conoscevo la storia che aveva spinto i miei a chiamarmi in quel modo. Già dipingevo con lo pseudonimo di K-Pax (senza conoscere il film ancora, logicamente, strana la vita a volte eh (sorride)? Un pomeriggio, durante la creazione dei miei bozzetti ho pensato: Mirko con la “K”, che in inglese si pronuncia “Key” che in realtà vuol dire chiave, togliamo il “Ch” e mettiamo la K: Benvenuto Kiave!  Mi sono ribbatezzato con un altro nome come l’Hip Hop vuole, e da lì in poi la gente ha iniziato a chiamarmi così, anche in famiglia, pensa…

Prima esibizione in una scuola di Paola (CS). Ero davvero piccolo, ma capii subito che quella era la mia strada. Sul palco con Giuseppe Belsito, il mio migliore amico da sempre, che ai tempi si faceva chiamare Aid ed era anche un ottimo writer.

C’è stato un incontro o un evento che hanno condizionato questa scelta?

Penso che avere avuto la fortuna di vivere da vicino un talento come DJ Lugi mi abbia condizionato e spronato a continuare questa passione, nonostante i mille ostacoli e problemi.

Qual è il tuo giudizio sulla scena musicale italiana? In che direzione ci stiamo muovendo o ci dovremmo muovere per il “risveglio culturale” tanto auspicato nei tuoi testi?

Non ho giudizi, al massimo opinioni. Penso che la gente dovrebbe passare più tempo con se stessa e meno sui social per capire davvero cosa le piace e cosa vuole, quale tipo di arte la sprona e la rende felice. Manca quel coraggio di seguire ciò che ti fa stare bene, anche se non è calcolato dalla massa. Lo stesso coraggio che avevo io da ragazzino quando ascoltavo Kaos mentre i miei compagni di classe conoscevano solo gli Articolo 31. Quel coraggio ha permesso di formarmi come uomo e capire che l’unica rivoluzione possibile, al momento, sia quella culturale. L’arte può essere un’arma – la migliore delle armi perché più solare e potente – per cambiare ciò che ci circonda quando ciò che ci circonda non inizia a starci bene. Il mondo non lo cambi con i post sui social, con l’arte magari sì.

Credi che il web possa essere un’ottima risorsa per i nuovi talenti? O al contrario, non permetta la giusta ed adeguata formazione per affermarsi in questo “mestiere”, per dirla alla Faber?

Il web è uno dei mezzi per far conoscere la tua musica, non IL mezzo definitivo, quindi tocca puntare anche su altro. Vedo tanti nuovi talenti che, durante i live, non sanno stare sul palco, ma come si fa? Un tempo, le Jam servivano proprio a questo, perché prendevi il microfono e dovevi farti valere, altrimenti prendevi mazzate e facevi una figura di merda. Impara a stare sul palco prima di rivendicare un tour manager.

I giovani sono la vera speranza del nostro Paese. E’ questo il motivo della tua partecipazione in numerosi progetti scolastici? Cosa si prova a lavorare con e per i ragazzi?

Una sera parlai con Alioscia dei Casino Royale proprio di questi miei progetti e lui mi disse: “La rivoluzione può partire solo dalle scuole, è il luogo più fertile”. Mi si aprì un mondo e capii che quello che stavo facendo era giusto. Ho sempre considerato Alioscia un maestro, e lo cito spesso nei miei pezzi. Sapere che questo mio percorso viene apprezzato da chi ha fatto tanto per cambiare le cose in passato, da chi ha “costruito un palco per suonarci sopra”, rassicura.

Quattro album in nove anni. I tuoi dischi richiedono una lunga fase di gestazione se paragonati alle esigenze standard del mercato discografico. Che rapporto c’è con la tua etichetta Macro Beats Records? Qual è il suo peso nei tempi di ricerca e realizzazione della musica che hai in potenza?

Ho la fortuna di avere un’etichetta che non mi mette fretta, ne limita minimamente il mio lato artistico. Anzi, consapevole dei rischi che un album come StereoTelling possa incrociare sul mercato, mi incoraggia a fare quello che voglio. Questa è arte, allo stato puro, senza numeri che ne condizionino il processo creativo.

Io vivo, ho bisogno di vivere, studiare e conoscere per fare un disco, quindi mi prendo sempre “Il tempo necessario” per costruirlo come piace a me, con la giusta libertà.

Stereotelling, il quarto disco è uscito lo scorso 22 Gennaio 2016. Un concept album davvero complesso. Mi è servito un mese di ascolto nelle metro di Toronto per un’idea ferma e decisa. La rivelazione è arrivata leggendo una dichiarazione di Francesco Rosi, regista italiano deceduto lo scorso anno. “Fare cinema significa contrarre un impegno morale con la propria coscienza e con lo spettatore. Gli si deve l’onestà di una ricerca della verità senza compromessi. Più ci si addentra nel reale e più si ha coscienza che la certezza del vero e del giusto non esiste. Ma quel che conta è la nitidezza della ricerca”. 

Possiamo usarla come chiave di lettura ?

Minchia, ne sarei onorato, grazie!

Stereotelling è un romanzo di quindici capitoli dove affronti la vita con tecnica, stile e carisma. Dove giochi a fare dio e Proust nella prima parte, lasciandoci giusto il tempo di un intermezzo – 8. Porgi l’altra ganja, come il più il classico dei registi western – prima del gran finale. Quindi, alla fine dei conti, è l’ amore che ci salva? 

L’amore ci salva si, ma non solo verso “chi” si ama, ma anche verso “cosa” si ama. Le proprie origini (“le radici sono importanti”, citazione che tu avrai colto all’istante, ne sono sicuro), i propri ideali, amarli a tal punto da non avere paura di morire per essi. Poi, ormai, chi ama è un fesso, un debole, uno smidollato, ma chi non ama non sa che non c’è atto più coraggioso di amare incondizionatamente senza cercare qualcosa in cambio.

L’archetipo femminile nel rap italiano ed internazionale è quello di una donna sottomessa e sofferente con cui consumare rapporti occasionali durante le performance musicali. In tre brani – Ci provo, L’infinito del mio nome e Rum e sigarette – c’è una vera rivoluzione: parli di solide presenze, non sagome. Pari, non secondo sesso. 

Io amo le donne, nella loro totalità. Non mi serve “averle tutte” per dimostrare a me stesso di essere virile. Qualcuno diceva “per averle tutte basta amarne solo una”, ed è così. Non mi piace trattare le donne come delle “vagine ambulanti”, come ho già detto in passato, perché in questo modo, individuando la parte col tutto – la donna con una sola parte del suo corpo (che figa oh) – perdiamo il resto, tutto l’universo femminile che è immensamente meraviglioso. E’ come andare in vacanza dove hanno girato “The Beach” e starsene chiusi in albergo guardando il mare attraverso il vetro. No, non ci sto, io voglio immergermi in questo universo, senza precludermi nessun particolare e nessuna sfaccettatura. Poi mi rendo conto che alcuni miei colleghi la pensano diversamente, ma mi spiace per loro, non sanno cosa si perdono.

Domande dirette:

un duetto (internazionale ed italiano): Daniele Silvestri, Jack Garratt

una colazione con i miei cugini che mi mancano un sacco

un pretty trippy con  qualcuno che sappia cosa vuol dire un pretty trippy

un giro al club del libro con Lorella Sanando

un lento con Sophia Loren

un viaggio con chi non ha mai tempo per farlo

un concerto con dipende da chi suona, ma solo non sarebbe male.

un cinema con mio padre

un cocktail e con uno che ci fai?

un libro alla mia professoressa delle superiori dei primi due anni, di cui ero segretamente innamorato e che mi metteva sempre voti altissimi anche quando non li meritavo…

un quadro Daim

un film di Cristopher Nolan

limonare solo limonare cit. Come dice un mio amico, dopo i 21 anni, o si fa altro o non fa testo.

Cosa fa Mirko Filice quando non scrive o butta giù i palchi di tutta Italia?

Cerca di costruirne nuovi, come in una delle risposte precedenti. Legge ed è un drogato di serie Tv e dischi. Poi vado anche in palestra, ma lascio sempre il telefonino negli spogliatoi quindi dimentico di fotografare i miei  bicipiti gonfi durante l’allenamento. come un rapper vero dovrebbe fare.